Abi

Riunisce e rappresenta le banche italiane, che sono fra le più solide. Lo provano i parametri più importanti. Come l’indicatore capitale/attività ponderate per il rischio, salito sopra la soglia fissata dalla Bce

Antonio Patuelli

Antonio Patuelli

Rappresenta un comparto in perenne evoluzione, che ha il delicato e imprescindibile compito di sostenere aziende e privati attraverso l’erogazione di credito. Abbeverare i cavalli, per dirla con una perifrasi coniata dall’ex governatore di Banca d’Italia, Guido Carli. È l’Abi, che a fine gennaio rappresenta 871 soggetti fra cui 13 associazioni di categoria, 166 intermediari finanziari, 97 società che espletano attività strumentali all’esercizio del credito e soprattutto 602 banche attive sul territorio italiano ed estero. Fondata nel primo dopoguerra e rifondata nel secondo, la «Confindustria degli istituti di credito» promuove iniziative per la crescita ordinata, stabile ed efficiente delle imprese bancarie e finanziarie, in un’ottica concorrenziale coerente con le normative nazionali, dell’Ue e internazionali. E soprattutto ha il delicato compito di rappresentare il nostro mondo finanziario e creditizio in tutte le sedi internazionali.



Un’associazione storica e solida, come solide sono le banche italiane, fattore testimoniato dal progressivo irrobustimento di alcuni importanti parametri. A iniziare dal Cet1 ratio, indicatore che mette in relazione il capitale a disposizione di una banca e le sue attività ponderate per il rischio. Non senza sforzi, nel corso della crisi le banche italiane sono riuscite a portare questo importante misuratore all’11,8% complessivo medio, ben oltre la soglia minima fissata dalla Bce. Nel contempo, gli istituti italiani non hanno mai fatto mancare il loro apporto all’economia reale, garantendo 1.410 miliardi di euro di impieghi alla clientela privata, in crescita del 6% dal 2008. Analogamente, l’ultimo anno ha segnato una netta ripresa dei nuovi finanziamenti alle imprese, cresciuti di circa il 13% tendenziale nei primi undici mesi del 2015.

Risultati ottenuti oltretutto facendo affidamento esclusivamente sulle proprie forze. Non a caso Antonio Patuelli, romagnolo, classe 1951, presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna Spa e da gennaio 2013 anche dell’Abi, ricorda di frequente come gli istituti italiani non abbiano ricevuto un solo euro d’aiuto a fondo perduto negli anni in cui la crisi è stata più acuta, a differenza di quanto accaduto per le banche di altri paesi Ue. A irrobustire il patrimonio delle italiane ha insomma provveduto il mercato stesso, ossia i rispettivi soci piccoli e grandi, che dal 2007 a oggi hanno contribuito per sostenere importanti aumenti di capitale.

L’oggetto sociale dell’Abi è la «promozione della conoscenza e della coscienza dei valori sociali e dei comportamenti ispirati ai principi della sana e corretta imprenditorialità, nonché la realizzazione di un mercato libero e concorrenziale». Tra gli scopi statutari ci sono l’organizzazione di temi e dibattiti finanziari e bancari, la sollecitazione dell’innovazione normativa nazionale e internazionale, la definizione di linee unitarie sui rapporti di lavoro e le politiche dell’occupazione del mondo bancario, l’elaborazione di codici comportamentali e la collaborazione con istituzioni economiche e sociali, con amministrazioni e istituzioni pubbliche, a livello nazionale e internazionale.

L’associazione, inoltre, e impegnata sul fronte della cultura, àmbito in cui ha fra l’altro dato vita alla Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio. Quest’ultima persegue scopi di utilità sociale promuovendo l’educazione finanziaria nel più ampio concetto di educazione alla cittadinanza economica consapevole e attiva, per sviluppare e diffondere la conoscenza finanziaria ed economica.