Kartell

È l’azienda top negli oggetti di design in materiale plastico di altissima qualità. Fra i riconoscimenti, nove Compassi d’oro. Grazie a polifunzionalità e trasversalità delle collezioni

Claudio Luti

Claudio Luti

In Mon Oncle di Jacques Tati, film del 1958, un incredulo monsieur Hulot si aggirava curiosando nella casa della sorella, dove tutto era di plastica. Il regista francese forse non immaginava che la famiglia dei polimeri, variegata, mutevole ed eterogenea, sarebbe diventata il simbolo di un’epoca in continuo movimento e avrebbe profondamente mutato sia la produzione industriale sia la ricerca di artisti e designer, partita dalle avanguardie degli anni Sessanta e culminata negli anni Novanta.



Nel panorama aziendale italiano è stata Kartell a cogliere l’opportunità per eccellere. L’azienda fondata nel 1949 da Giulio Castelli a Noviglio, alle porte di Milano, diventò subito un simbolo del design italiano, entrando anche nella collezione del MoMa grazie a tre ambienti progettati da Ettore Sottsass, Gae Aulenti e Anna Ferrieri. «Ha precorso i tempi fin dalla sua nascita, innovando nel processo industriale e nel prodotto e investendo nella collaborazione con tanti designer. È in questo modo che è riuscita a portare nel mondo icone del design», sottolinea Claudio Luti, genero di Castelli, dal 1988 erede dello spirito Kartell e attuale presidente di una delle aziende simbolo della progettualità made in Italy.

L’azienda è numero uno nella produzione di oggetti di design in materiale plastico di altissima qualità e vanta un’invidiabile serie d’importanti riconoscimenti internazionali, fra cui nove Compassi d’oro. Il segreto del successo è da ricercare nella polifunzionalità e nella trasversalità delle collezioni, nell’appeal estetico e nella volontà di impreziosire e rivisitare l’intera area semantica e culturale che ruota attorno al concetto di plastica, forgiando da un materiale di uso comune un prodotto nobile. Kartell gioca sapientemente con i colori e la morfologia, con i sensi e la trasparenza, in un rimando di contaminazioni ma senza mai sacrificare il suo Dna. «Fin dal mio arrivo, mi sono impegnato per rafforzare il brand, circondandomi di creativi del calibro di Piero Lissoni, Antonio Citterio, Philippe Starck, Ferruccio Laviani, Patricia Urquiola», racconta Luti. Sono nate così sedute dall’inconfondibile tratto stilistico come Maui di Vico Magistretti. E come Luois Ghost di Philippe Starck, bestseller Kartell, sedia di stile senza tempo che ha avuto il merito di far accettare a livello globale l’aspetto estetico della trasparenza.

«Nel 2014 abbiamo celebrato i primi 15 anni di arredi di design trasparente con il divano Uncle Jack, rinnovando la sfida tecnologica ed estetica lanciata nel 1999 insieme con Starck. È stato un enorme investimento di risorse umane ed economiche e abbiamo ottenuto un primato assoluto: 1,9 metri di larghezza, 95 centimetri di altezza, quasi 30 chilogrammi di peso per il più grande pezzo mai realizzato in policarbonato in un unico stampo a iniezione», precisa Luti. L’ultima nata in casa Kartell è Piuma, ideata da Piero Dissoni: la sedia industriale più leggera, sottile e resistente mai progettata prima (2,2 chili per 2 millimetri di spessore), dalle linee pulite ed essenziali.

Il lifestyle di Kartell è ormai riconosciuto in ogni angolo del mondo, grazie anche a un piano di espansione che ha rafforzato la rete distributiva e ha portato all’apertura di nuovi negozi, sia in Italia sia all’estero. «Vogliamo allargarci e consolidarci su alcuni mercati esteri, in particolare verso quelli asiatici e orientali. Ma stiamo lavorando anche su nuovi segmenti produttivi», anticipa Luti. Con una collezione che oggi conta più di 150 famiglie di prodotto, quattro divisioni (Kartell Habitat, Kartell à la Mode, Kartell fragrances e Kartell in Tavola) firmate da progettisti internazionali all’avanguardia, l’azienda esporta il 70% del suo fatturato ed è presente in 140 paesi in tutto il mondo grazie a 140 flagship store, 250 shop-in-shop e oltre 2.500 punti vendita. Una solida, plastica realtà.