Moncler

Recuperare un brand nato per l'agonismo e farlo diventare, con la specificità del piumino, un total look. Con una profittabilità e una capitalizzazione che nessuno poteva prevedere

Remo Ruffini

Remo Ruffini

Monestier de Clermont: se il nome di questo villaggio di montagna vicino Grenoble può suonare oscuro, la sua abbreviazione in ogni angolo del mondo è legata indissolubilmente al piumino per antonomasia, Moncler. È in questo ameno angolo delle Alpi francesi che, nel 1954, Renè Ramillon e Andrè Vincent realizzarono il primo piumino a marchio Moncler, così apprezzato per le elevate caratteristiche tecniche da essere scelto come equipaggiamento dalla leggendaria spedizione italiana sul K2, guidata da Ardito Desio, e da quella francese sul Makalù (1956).



Dopo anni di successo e un boom nell’epoca paninara a Milano, agli inizi dei Novanta la luce del marchio iniziò tuttavia ad affievolirsi. Ritornò a brillare nel 2003, grazie alla scommessa imprenditoriale legata a Remo Ruffini: «Avevo un’idea precisa, volevo un marchio con radici forti da rendere globale. Il mio sogno era il piumino per tutti, per le signore che andavano alla Scala, per i ragazzini in skateboard, per i manager della finanza. All’inizio non fu facile fare assimilare la mia visione. Ho passato molte ore a spiegare il progetto che avevo in mente, sostenendo che, se avessimo lavorato bene, i risultati sarebbero arrivati».

Il tempo e il successo gli hanno dato ragione: con il piumino globale, passato dalla montagna a una caratura metropolitana, senza negare il suo imprinting, Ruffini ha lasciato la sua impronta nel brand di Monestier de Clermont, posizionandolo esclusivamente nel settore del lusso, applicando la sua vena creativa nell’ideazione di inedite e differenti interpretazioni del tema duvet e aprendo la strada a numerose e importanti collaborazioni, da Balenciaga e Junya Watanabe, a Chitose Abe per Sacai, fino a Mary Katrantzou e Alexandre Mattiussi per Ami. 

Con Moncler Gamme Rouge, creata nel 2006 e oggi disegnata da Giambattista Valli, ha preso forma l’haute couture del piumino, mentre Thom Browne, con Moncler Gamme Bleu, dal 2009 esplora le possibilità di confronto con le regole del tailoring maschile intrecciandole con le radici sportive del marchio. Moncler Grenoble, ideata nel 2010, ha ripensato la storicità del marchio, recuperando salde radici sportive e incentivando l’aspetto tecnico e di performance, accostando l’heritage ai codici di una contemporaneità estetica affacciata sul futuro. Anche gli show Moncler sono diventati appuntamenti attesi, imperniati su una visionarietà semantica sempre formidabile e narrativa. 

Oggi più che mai, Moncler ha recuperato tutto il suo smalto originario riaffermandosi come il numero uno dei piumini, e oltre sessant’anni di esperienza nella lavorazione hanno reso possibile stabilire coefficienti specifici per il riempimento dei capi, con un rapporto matematico preciso tra la superficie in centimetri quadrati e la quantità di piuma contenuta. Piuma è proprio la parola chiave dell’universo del brand, che per i suoi duvet impiega esclusivamente quella d’oca della migliore qualità, a garanzia di un altissimo potere isolante e leggerezza unica. Il numero delle boutique monomarca, sparse in più di 80 paesi nel mondo, è destinato a crescere da 166 a 169: «Nel 2016 apriremo flagship a New York, in Madison avenue, a Londra, in Bond street, e a Seul», anticipa Ruffini.

Un successo che si riflette anche nei numeri di bilancio, fronte su cui Moncler ha chiuso i primi nove mesi del 2015 con un fatturato di 561,5 milioni (+17% a cambi costanti rispetto allo stesso periodo del 2014) e indici di redditività in aumento ancora più consistente. Ebitda, ebit e utile netto sono saliti rispettivamente del 31,1%, 26,3% e 31% a 174,5 milioni, 147,6 milioni e 92,7 milioni.