Riso Scotti

Protagonista dei mercati globali, in cinque continenti e 70 paesi. Sotto la guida dell’Ad, il famoso «Dooottor Scotti!», l’azienda è cresciuta dieci volte. E seguendo il tema dell’Expo, «Nutrire il pianeta», dona alimenti all’Africa

Dario Scotti

Dario Scotti

La delicata trasmissione d’impresa e il passaggio generazionale in azienda sono analizzati da corsi universitari, da convegni, da consulenti pronti a fornire la loro ricetta alle famiglie interessate. Ma forse, per avere una risposta adeguata, basterebbe visitare un’azienda ultracentenaria come Riso Scotti, giunta alla sesta generazione, da quando Pietro Scotti nel 1860, prima ancora dell’Unità d’Italia, avviò la sua attività in un mulino.



Una realtà dov’è accaduto qualcosa di raro: nel 1983 il 27enne Dario Scotti, che solo quattro anni prima era entrato in azienda (s’era appena laureato in economia a Pavia con una tesi sul riso in Europa), si vide offrire dal padre Ferdinando la carica di amministratore delegato e una forte autonomia operativa. Una fiducia ben ripagata: da allora l’azienda pavese  è cresciuta dieci volte tanto, mentre il marchio Riso Scotti è divenuto notissimo a tutti gli italiani. Merito di quel giovane e sportivissimo ad, che in trent’anni sul ponte di comando ha continuato ogni giorno a farne una e a pensarne cento, da bravo alpino abituato ad affrontare ogni montagna senza esitazioni.

«Ma ero figlio unico, in fondo era normale che mio padre mi desse spazio», si schermisce colui che a 59 anni è oggi per tutti il «Dooottor Scotti!», testimonial di un’azienda di dimensioni ormai internazionali. Sì, sarà anche così, ma non è da tutti immaginare di creare da Carnaroli e Arborio nuovi prodotti, valorizzando le preziose sostanze contenute nel riso per farne un cereale della salute, un alimento funzionale e ideale per chi vuole stare bene, senza rinunciare a bontà e gusto. Una rivoluzione che ha fatto di Riso Scotti un protagonista sui mercati globali, dove opera ormai in 70 paesi.

Come si arriva a un successo del genere, partendo da un prodotto umile e semplice come il riso? E come è possibile che i 40mila quintali di prodotto lavorato negli anni 50 oggi siano diventati 1,4 milioni di quintali? Dario Scotti è altrettanto umile e semplice nel rivelare la sua filosofia imprenditoriale: «Occorrono due concetti. Fare con diligenza le solite cose che si è sempre fatto, nel nostro caso comprare il riso giusto, lavorarlo come si deve e venderlo bene; e poi introdurre contenuti nuovi di marketing. Per dire: nel 1992 fummo noi a lanciare il riso confezionato sottovuoto». Poi sono venute tante altre iniziative importanti, sul piano degli innovativi prodotti a base di riso (biscotti, pasta, latte, olio, cracker, gallette) ma anche sul fronte della visione strategica: dal Progetto Danubio, avviato in Romania nel 2005, alla joint-venture stretta nel 2013 con la multinazionale spagnola Ebro Foods, la prima azienda mondiale del riso, che ha spalancato a Riso Scotti i mercati dei cinque continenti, allargando le frontiere pure al risotto made in Italy.

Così, Riso Scotti nel 2014 aveva fatturato 171 milioni, che diventano 219 allargandosi a tutto il gruppo. Il 2015, che proietta un +10%, per l’ad che è anche presidente è stato davvero ricco di soddisfazioni. Prima l’azienda ha sponsorizzato il Cluster del Riso rappresentando il riso italiano a Expo Milano 2015. Poi, prendendo molto sul serio il tema «Nutrire il pianeta, energia per la vita», in novembre lo stesso Dario Scotti si è recato con i suoi più stretti collaboratori in Etiopia, dove ha consegnato 175mila porzioni di riso. Ma nel suo contagioso ottimismo dal 2016 si aspetta ancor di più. «Sì, perché sono state poste le basi per un salto di qualità e quantità, in un futuro dove non saremo tanto più grandi, quanto migliori, ben diversificati, sempre più tesi all’innovazione. Non voglio anticipare nulla, ma grandi progetti bollono in pentola».