Salvatore Ferragamo

Con 650 punti vendita monomarca in 100 paesi, e la capitalizzazione più alta fra la aziende del lusso nella borsa italiana, sta esaltando i valori del fondatore. Grazie all’intelligente combinazione tra la famiglia che controlla la maggioranza e un management di altissima qualità

Ferruccio Ferragamo

Ferruccio Ferragamo

In principio fu il calzolaio delle stelle. Erano i primi anni Venti quando il giovane Salvatore Ferragamo, originario di Bonito (Avellino), undicesimo di 14 figli, trasferitosi negli Usa in cerca di fortuna come tanti connazionali dell’epoca, conquistò l’emergente industria di Hollywood producendo a mano stivali da cowboy per i film western e sandali romani ed egizi per i kolossal storici. Oggi l’azienda che porta il suo nome è uno dei marchi più conosciuti del made in Italy nel mondo, con una quota export circa del 90%, una rete, al 30 settembre 2015, di circa 650 punti vendita monomarca distribuiti in un centinaio di paesi e 4mila dipendenti. «Ma il nostro dna è rimasto immutato» dice a Capital Ferruccio Ferragamo, figlio di Salvatore, Presidente del gruppo, che ha saputo conquistare il mondo senza mai cedere alle sirene del guadagno facile.



Ferragamo è tra i pochissimi protagonisti del lusso a non avere mai delocalizzato la produzione o parte di essa, a non avere fatto shopping di marchi terzi, a non avere firmato licenze a tappeto nel tentativo di sfruttare la forza del brand. Nel dettaglio: l’azienda, con quartiere generale a Firenze, produce tutto in Italia con una formula immutata o quasi dal dopoguerra, ossia uno stabilimento centrale che crea e sviluppa i prodotti e un centinaio di laboratori terzi dislocati perlopiù tra la Toscana e la Campania, che li realizzano.


A metà degli anni ’90 il gruppo acquisì Ungaro, salvo poi cederla qualche stagione più tardi e quella fu l’unica operazione extra; ha solo due categorie di prodotti, orologi e occhiali, realizzati su licenza. «Ognuno deve fare il mestiere che sa fare», sintetizza Ferragamo, che ha archiviato i primi nove mesi del 2015 con un giro d’affari di oltre 1 miliardo di euro, realizzato per il 79,2% proprio con calzature e pelletteria. L’azienda negli anni ha saputo evolversi, aprendosi al management esterno, dal 2006 affidato alla sapiente guida di Michele Norsa, amministratore delegato e direttore generale, e nel 2011 è sbarcata a Piazza Affari, anche qui in controtendenza rispetto a molti marchi del lusso, restii ad aprirsi al mercato. Ma le redini sono rimaste in mano alla famiglia quale garante dei valori Ferragamo.

A capo di tutti c’è ancora Wanda Ferragamo, moglie di Salvatore e madre di Ferruccio, che nel 1960, alla scomparsa del marito e con sei figli, all’epoca tra i 3 e i 17 anni, seppe raccogliere l’eredità del fondatore e trasformare l’azienda in una griffe di respiro internazionale. «Oggi, a 94 anni, viene ancora in ufficio tutti i giorni e non succede nulla senza che lei lo sappia», conferma il suo primo figlio maschio. Che a proposito di management e borsa, chiarisce: «Sappiamo fare scarpe ma anche figli. I discendenti Ferragamo sono ben 93. Per questo motivo abbiamo optato per un assetto societario che possa mettere al riparo tutti e garantire la continuità dell’azienda nel lungo periodo». Perché per Ferragamo le decisioni strategiche vanno prese in anticipo, quando non vi sono emergenze da gestire. E pensare che molti imprenditori italiani proprio questa scelta fatichino a farla, salvo poi ritrovarsi a gestire complessi passaggi generazionali capaci di mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa delle aziende. La ricetta Ferragamo sembra essere d’esempio ad altri.